Vorrei dire ai miei aficionados (non sembra ma ci sono) che questo non è un post sulla mia gravidanza. Anche se mentre lo scrivo mi accarezzo la pancia. Anche se sono le 630 del mattino e mi sono alzata dal letto per vomitare e ho la gola in fiamme.
Stanotte ho sognato casa di mia nonna e mio nonno. La mitica Via della Bainsizza. Che meriterebbe un ovazione solo per il nome simpatico, ma in realtà sta in un quartiere abbastanza malfamato, e poco raccomandabile da frequentare di notte, ma diciamocelo, anche di giorno.
Devo premettere una cosa. I miei nonni sono morti da tempo. La loro casa, con tutte le nostre cose li dentro è stata espropriata da una famiglia “per bene” che ha pensato bene di buttare tutto quello che c’era li dentro e farne un uso personale. Nemmeno il giudice ha potuto (voluto) fare qualcosa.
Quando sogno la mia famiglia, la sogno sempre in quella casa. E’ la casa della mia infanzia. Lì ho passato gli anni della mia asma, Lì passava la mattina e la sera il signor ciccio, il gelataio a venderci granite la mattina e gelati puntuale alle 1630. Lì mio nonno andava con le tazze e le faceva riempire di granita per i nipoti e la mia (che ero malata e granita con la febbre e l’asma non la potevo mangiare), la faceva riempire di tanta panna e un tozzettino di granita, per fare contenta una bambina di pochi anni che tossiva come una tisica. Insomma sogno sempre mia nonna e mio nonno, e noi che andiamo in quella casa. Ma non sono ricordi di eventi vissuti. E’ come se vivessi una realtà alternativa nei sogni, dove i miei nonni sono ancora vivi, pronti a parlarmi e a elargire consigli anche non richesti. Lì festeggio le feste, racconto che sono incinta, cucino della pasta in bianco perchè ci siamo scordati di fare la spesa.
Sempre anche nei sogni, con la consapevolezza che quella è una realtà alternativa, perchè tutti noi sappiamo che non è reale. Perchè chi è morto sa di essere morto. E chi non è morto sa di essere l’unico a essere rimasto in vita. E sa che quella casa piena di problemi e amore non c’e’ più.
Oggi nel sogno io e mia madre andavamo dai miei nonni, col pane caldo caldo in una busta di carta. Guidava mia madre. E io le dicevo: “mamma questo è un sogno lo sai, sennò non potremmo fare questa cosa”. Arriviamo a casa dei nonni. Non c’e’ mia nonna affacciata.
Entriamo nel portone. Bussiamo. C’è una donna che discute col marito li dentro. Parlano come degli zingari ma non so perchè so che è Serba. La casa non ha lo stesso odore e calore di sempre. Ci guardiamo in faccia e rendiamo conto che quella è la casa reale di adesso. Dove un altra famiglia ci abita. Parlo con la donna e esprimo tutta la mia indignazione. Le dico che della casa non me ne frega nulla, ma una telefonata anonima per dire dove avevano buttato decenni della nostra vita potevano pure farlo. Le dico che sono consapevole che nella sua vita chissà quante volte la hanno nel loro paese buttata fuori da casa, o l’abbia persa per bombardamenti. Ma come si sarebbe sentita se avessi buttato nel cesso una pila di lettere sue e del suo amore. La casa non importa, ma i ricordi?
Mi sveglio. Ho la gola piena di muco. Vomito.
E penso che quella casa ormai contiene un’altra famiglia, che non è serba, ma è catanese. E magari sono felici, con un tetto sulla testa. E magari non lavoravano e piuttosto che una casa abbandonata meglio una che vive e cresce. Però le cose dei miei nonni me li potevano pure lasciare. E la cosa mi fa rabbia.
E realizzo che quello che più mi fa rabbia è che stanotte non ho visto e abbracciato i miei nonni ma ho parlato con un’estranea.
I ricordi sono dentro di me. Ma lasciatemi i sogni, cazzo!
p.s.
e mentre che penso a tutto questo penso anche ad una mia amica che leggerà forse queste righe tra una settimana, in questo momento ricoverata. Oggi le inducono il parto. Chissà se è già sveglia. Chissà come si sente al pensiero che tempo POCHE ore, quelle 24-36 ore di sofferenza di una primipara, sentirà il calore di Francesco, il suo pargolo.